La Stanza dei Libri di Elisa

Leggere per sopravvivere al silenzio dell'oblio e alle catene della memoria



  • Online literarische Zeitschrift

    La stanza dei libri di Elisa
    Schrieben uns

    In fondo alla stanza, un'immensa libreria copre tutta la parete

    Meiner Anobii


    Quale bellezza
    salverà il mondo?



    La Giuntina

    Fahreneit

    Italy Jewish Guide

    Bloomsbury.com's
    Reading Groups


    Leggete. Per vivere.
    (Gustave Flaubert)

    I romanzi non sono la vita!
    Cosa credevi di ricavare
    da queste parole stampate,
    la felicità?
    Che idiota devi essere stato!
    (Fahrenheit 451)

    L'uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale.
    Vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun'altra, ma che nessun'altra potrebbe sostituire.
    (Daniel Pennac)

    Per non essere gli straziati martiri del tempo, ubriacatevi senza posa. Di vino, di poesia o di virtù: come vi pare.
    (Charles Baudelaire)

    Non si vende la terra
    sulla quale la gente cammina.
    (Tashunka Witko, Sioux)

    A bundle of myrr
    is my beloved to me,
    between my breast
    he shall lie.
    A cluster of henna-flowers
    is my beloved to me,
    in the vineyard
    of Ein Gedi.


    Memoria
    Al fondo del crepaccio dei tempi nel favo del ghiaccio attende, cristallo di fiato, la tua non intaccabile testimonianza.
    (Paul Celan)

    L'opposto dell'amore non è l'odio. E' l'indifferenza.
    (Elie Wiesel)

    Alzo gli occhi verso i monti: da dove mi verrà l'aiuto?
    (Salmi 121,1)

    Suonate più cupo i violini e salirete come fumo nell'aria e avrete una tomba nelle nubi là non si sta stretti.
    (Paul Celan)

    Non leggo mai i libri che recensisco. Non vorrei esserne influenzato.
    (Oscar Wilde)

    Ho sempre immaginato il paradiso come una sorta di biblioteca
    (J.L.Borges)

    L'eternità sta nel vino, coppiere, a me versane l'ultima goccia: lassù non fiorita è radura, non quale a Shiraz riva d'acque.
    (Hafez)

    Se c'è un peccato contro la vita è forse non tanto disperarne quanto sperare in un'altra vita e sottrarsi all'implacabile grandezza di questa.
    (Albert Camus)

    Sono l'incantatore della polvere.

    Non è la più forte delle specie che sopravvive, nè la più intelligente ma quella più reattiva ai cambiamenti.
    (Charles Darwin)

    Dio è adirato con me poiché io da sempre lo obbligo a creare il mondo un'altra volta, ancora, il caos, la luce, il secondo giorno, fino all'uomo, e di nuovo, tutto, dall'inizio...
    (Yehuda Amichai)

    Non vorrei disturbare l'universo. Gradirei, se possibile, sconfinare in silenzio col passo lieve dei contrabbandieri o come quando si diserta una festa.
    (Primo Levi)

    I'm guided by a signal in the heavens I'm guided by this birthmark on my skin I'm guided by the beauty of our weapons First we take Manhattan, then we take Berlin.
    (Leonard Cohen)

    Il sangue sparso non è radici, ma è la cosa più vicina alle radici che abbiano gli uomini.
    (Yehuda Amichai)

    Damasco, carovana di stelle...
    (Adonis)

    Tutto è previsto ma la libertà ci e' concessa.
    (Rabbi Akiva)

    O cara speranza quel giorno sapremo anche noi che sei la vita, e sei il nulla.
    (Cesare Pavese)

    L'artista deve essere nella sua opera come Dio nella sua creazione, invisibile e onnipotente; sì che lo si senta ovunque, ma non lo si veda mai.
    (G. Flaubert)

    meine gelesenregal
     my read shelf

    Non è strano che i benefattori dell'umanità siano persone divertenti? In America, almeno, spesso è così. Chi vuole governare questo paese lo deve divertire.
    (Saul Bellow)

    Su, fai girare il calice ch'è pieno di bevanda di rubino, al suono della lira, e i canti di Ma' Bad'.
    (Rahman Ibn Umar)

    If you repay me not on such a day, in such a place, such sum or sums as are express'd in the condition let the forfait, be nominated for an equal pound of your fair flesh to be cut off and taken in what part of your body pleased me.
    ("The Merchant of Venice" by Shakespeare)

    E' sgombro il tuo cuore dalla vanità delle voglie? E dalla paura, dalla morte, e dall'ira? Ridi dei sogni, dei terrori tragici, dei prodigi, delle streghe, dei fantasmi notturni e dei filtri di Tessaglia?
    (Orazio)


    Attendo Dio, che sta per giungere, adornato di perle rubate.

    La parola abbaglia e inganna perché è mimata dal viso, perché la si vede uscire dalle labbra, e le labbra piacciono e gli occhi seducono. Ma le parole nere sulla carta bianca sono l'anima messa a nudo.
    (Guy de Maupassant)

AGGIORNAMENTO E VARIAZIONE

Verfasst von elisa am Juli 11, 2009

AVVISO:

DAL SEGUENTE  INDIRIZZO

http://booksroom.altervista.org

VERRETE REINDIRIZZATI ALLA NUOVA STANZA DEI LIBRI

ACCESSIBILE DIRETTAMENTE CLICCANDO QUI

VI ASPETTO

GRAZIE

ELISA

comunicati stampa, new e inviti: editor@lastanzadeilibri.com
informazioni, suggerimenti, proposte: lastanzadeilibri@gmail.com


Veröffentlicht in Uncategorized | Kommentar schreiben »

La scomparsa di Israele

Verfasst von elisa am Juli 5, 2009

isrdi Alessandro Schwed (Mondadori)

Sospinta da una lieve brezza, l’isola accosta l’orizzonte. Israele se ne va.

Alessandro Schwed, scrittore totalmente anarchico e fuori da ogni possibile definizione, deriva da uno straordiario mix tra Firenze, Torino e l’Europa dell’Est. E’ maggiormente noto ai lettori con il nome di Giga Melik, con il quale ha firmato romanzi in equilibrio tra l’ironia, il surrealismo, la commedia e il dramma.

Dietro la prima impressione di un’irrealtà assurda e comica, La scomparsa di Israele rivela una profonda e drammatica malinconia. La lettera con cui l’io narrante, un giornalista fiorentino ultraottantenne, si rivolge al padre prima di tornare a rendere omaggio ad un’Israele ormai inesistente, è colma di una struggente nostalgia, stemperata nelle pagine successive dove gli articoli pubblicati trentasette anni prima sui giornali del mondo ricostruiscono la fine voluta di un paese, e ne costituiscono l’essenza della memoria.

La decisione, regolarmente votata dal governo, di „smontare“ e chiudere per sempre Israele come fosse una fabbrica dismessa, appare di un’inverosimiltà grottesca e macabra, ma lascia quasi insinuare un senso di remota possibilità. Annoiati da anni di lotta e contestazioni, delusi da aspettative mai realizzatesi, disincantati da sogni e ideali distrutti in un vortice di guerra, violenza e lavoro, gli israeliani traslocano e lasciano per sempre la terra promessa, restituendola all’unica, incontrastabile legge della natura.

Diffusa dalla stampa, la notizia provoca più sconvolgimento di una guerra mondiale. La visione di un’intera nazione disassemblata e abbandonata con una fretta quasi entusiastica, città e spiagge svuotate, negozi chiusi per sempre, l’esercito svanito nel nulla, gli abitanti impegnati a fare le valigie e ad avviarsi verso un esodo volontario e forse desiderato, lasciano senza parole il mondo intero, e consentono ai più intraprendenti di costruire atipiche forme di business.

Armatori di navi da pesca si trasformano in traghettatori al servizio degli israeliani che lasciano il paese, una misteriosa organizzazione comandata da un enigmatico Coreano si aggira nelle ore notturne per le città deserte alla ricerca di qualsiasi oggetto rimasto senza proprietario ma ancora utilizzabile, dai televisori, ai divani, agli ulivi. Gli animali domestici, cani o serpenti, si aggirano liberi e selvaggi, la natura, priva di ostacoli, riprende il sopravvento e lentamente, quella nazione che era stata tra le più tecnologiche e progredite, ritorna ad essere foresta, roccia e deserto, un’entità pericolosa e inquietante.

L’evento viene raccontato dall’allora giovane reporter italiano, che nel suo vagare tra appartamenti svuotati e negozi chiusi, incontra famiglie sopravvissute alla persecuzione e allo sterminio, che hanno vissuto cinque guerre e che ora impacchettano il possibile e partono. Incontra, qualche anno più tardi, l’unico ex israeliano che ha scelto di vivere solo in un paese dai contorni ormai invisibili, leggendo e ascoltando musica nella biblioteca dell’università di Haifa, ma dopo aver raccontato la propria storia, decide a sua volta di lasciare quel luogo per sempre. Attraversa il valico di una barriera ormai inutile per recarsi nella striscia di Gaza, silenziosa e semideserta, dove i palestinesi contemplano a distanza, malinconici, il vuoto rimasto oltreconfine, senza permettersi di invadere quella terra che prima bramavano, privati anch’essi di sogni e speranze. Tra essi incontra l’ultracentenaria Aisha e il nipote Amin, custodi di un segreto millenario e risalente ad un tempo antico, in cui regnavano la pace e la bellezza.

Gli anni sono passati, e il nostro cronista torna a salutare per l’ultima volta quella terra dimenticata, affidando al vento, come ricordo, i giornali che ne celebravano l’abbandono. A questo punto, dai confini con l’Egitto, la Giordania, il Libano, i Territori, dapprima filtra un tenue rivolo d’acqua, poi, improvviso, erompe il mare e Israele, finalmente, prende il largo e se ne va.

Veröffentlicht in contemporary | Kommentar schreiben »

Io sono lui

Verfasst von elisa am Juni 30, 2009

kerdi Etgar Keret (Edizioni E/O)

„Lei è il signor Chezi?“ gli chiese.
Lui rispose di no, da tempo non c’era più nessun signor Chezi. Ma poiché il precedente proprietario aveva chiamato l’agenzia col proprio nome e si era fatto una buona reputazione, quando lui l’aveva rilevata non l’aveva cambiato.

Nato nel 1967 a Tel Aviv, Etgar Keret, autore di romanzi, racconti, sceneggiature, fumetti, ha iniziato a scrivere durante il servizio militare, ed oggi è tra i maggiori scrittori israeliani della nuova generazione. Le sue storie volutamente assurde e irrazionali, talvolta apparentemente prive di un filo logico o narrativo, sono effettivamente uno specchio del presente, un ritratto della società attuale e dei problemi legati ad essa, una metafora dell’autodistruzione umana a cui si oppone la lotta ostinata e violenta per la riconquista di valori perduti forse per sempre. L’editore E/O ha proposto diversi testi di Etgar Keret in traduzione italiana, tra cui l’abbastanza sorprendente Gaza Blues, realizzato a quattro mani con lo scrittore palestinese Samir El-Youssef, dimostrazione letteraria della possibilità di cooperazione tra personalità ritenute opposte.

Questa raccolta di brevi, a volte brevissimi, racconti dal titolo Io sono lui, svelano il ritmo narrativo caratteristico dell’autore: situazioni inverosimili ma paradossalmente reali, una quasi fumettistica sovrapposizione di scenari veri e fantastici, l’alternarsi di situazioni impossibili anche da immaginare con altre di una normalità sconcertante, la presenza di allegorie, miraggi, visioni, collocate in un contesto di vita quotidiana come se ne facessero parte, tanto da non suscitare neanche troppa meraviglia ai protagonisti di queste sorprendenti storie.

Genitori che rimpiccioliscono in proporzione al crescere dei figli, bambini malinconici, geniali e crudeli, una donna che gestisce un distributore di benzina nel cortile di casa all’insaputa del marito, un futuro padre pauroso e incerto che genera un pony, aziende che offrono la possibilità di recuperare dopo la morte le occasioni perdute, un uomo perseguitato da un nano che interrompe e programma le sue storie d’amore, uno sconosciuto incontrato in un bar che sa chiudere le persone in una bottiglia, padre e figlio che si perdono volutamente per le strade dell’India, una ragazza che ogni notte diviene uomo, uno scrittore costretto a restituire il talento al diavolo… Un’infinito vagabondare e trasformarsi degno di Kafka, un percorso in realtà interiore, alla ricerca di un luogo o di un tempo dove trovare quel perfetto equilibrio la cui mancanza è all’origine di questa assurdità esistenziale.

Non mancano ovviamente gli intrecci più semplici o comunque più „normali“, delusioni d’amore, tradimenti, pensieri invidiosi al punto da sfiorare la violenza, amicizie incontrastabili che crollano improvvisamente, ragazze belle e ambiziosi, uomini indecisi tra la fedeltà e la trasgressione, o propensi, palesemente o meno, verso l’una o l’altra.

Che percorrano trame fantastiche, straordinarie e impossibili, o storie di vita comune, tristi, ironiche o nostalgiche, i protagonisti creati da Etgar Keret appaiono comunque e sempre profondamente umani, vivi, ricchi di sentimento, emozioni, stupore, nostalgia e talvolta disagio, nel loro ruolo di abitanti di un mondo che spesso si rivela tanto incomprensibile da apparire irreale.

Veröffentlicht in Books - Israel | Kommentar schreiben »

Le due vite di Laila

Verfasst von elisa am Juni 28, 2009

le-due-vite-di-laila1di J.M.G. Le Clézio (Il Saggiatore)

Adesso sono libera, tutto può cominciare. Come il mio illustre antenato Bilal, lo schiavo che il Profeta ha liberato e buttato nel mondo, sono finalmente uscita dall’età della famiglia, ed entro in quella dell’amore.

Jean Marie Gustave Le Clézio, nato a Nizza nel 1940 ed esordito come scrittore con il romanzo Le procès verbal a soli 23 anni, è a mio parere uno dei Nobel letterari più meritati, e non a caso è stato definito negli anni Ottanta come il più grande scrittore vivente in lingua francese. Le sue storie lasciano sempre un segno in chiunque le legga, con la sua scrittura essenziale, desertica, a tratti vagamente onirica, così simile ai paesaggi da lui descritti, narra il destino di personaggi dall’esistenza difficile e spesso alla ricerca delle proprie origini, rendendoci partecipi dei loro pensieri e dei loro sentimenti.

Le Clézio ha vissuto un po’ ovunque, ed è forse uno dei motivi per cui è in grado di costruire un ritratto definito fin nel profondo delle persone e dei luoghi in cui esse si muovono. Il suo insolito percorso letterario è percepibile nella sua opera sia attraverso il continuo soffermarsi sulla bellezza e sull’unicità della natura, sia nelle ricorrenti citazioni filosofiche, sia nell’ostinata ricerca di armonia tra l’essere umano e il mondo in cui vive.

Ne Le due vite di Laila ritroviamo in parte l’atmosfera nordafricana di Deserto. Protagonista e io narrante, Laila non sa nulla del proprio passato, ella è stata rapita ancora bambina e venduta come schiava a Lalla Asma, un’anziana signora ebrea che l’accoglie come fosse una figlia, insegnandole il francese, lo spagnolo, la matematica, e la religione: la sua, dove Dio non può avere nome, e quella di Laila, dove si chiama Allah.

Dopo la morte di Lalla Asma, la vita di Laila diviene un continuo fuggire, incontrare, lasciare, ritornare e fuggire di nuovo, e il mondo, ai suoi occhi, appare splendido, misterioso e terribile al contempo. Raggiunta la Francia insieme ad altri di clandestini, Laila vive dove capita, incontra talvolta persone che l’aiutano con disinteressata amicizia, ma anche personaggi perversi e privi di scrupoli, che l’attirano in trappola con l’unico intento di servirsi di lei per i più squallidi motivi.

Ingenua e fragile nel lasciarsi sedurre da sentimenti non sempre sinceri, ma intimamente forte, indipendente e determinata, Laila è capace, nonostante tutto, di progredire, di imparare ogni giorno, di acquisire da ogni incontro e da ogni esperienza qualcosa di nuovo e di importante. Nella sua vita, peraltro avventurosa, non mancano le esperienze tragiche, la violenza e l’inganno, ma neanche il rapporto con persone straordinarie, come l’anziano e cieco El Hadj, che le racconta la sua gioventù trascorsa lungo le rive del fiume Senegal e che, alla sua morte, le lascerà in eredità il passaporto dell’unica nipote perduta da tempo, o la cantante Simone, sfortunata nel suo destino d’artista e di donna, ma capace di aprire a Laila le porte del mondo della musica.

Lasciata la Francia per gli Stati Uniti, Laila conosce la differenza tra amore e passione, si ritrova in fin di vita, abbandonata sulle porte di un ospedale, dal quale uscirà diversa, apatica e distante, vivendo per un certo periodo da nomade, tra centri commerciali, strade e dormitori. Poi, un giorno, come d’incanto, la musica ricompare nella sua mente, divenendo la sua salvezza. Dalle note del pianoforte davanti al quale, quasi senza rendersene conto, ella si trova di nuovo seduta, intraprende il viaggio che la porterà verso le proprie radici, fino a quella terra di roccia e di sabbia alla quale ella, finalmente, sente di essere parte.

Veröffentlicht in literature - europe | Kommentar schreiben »

La prova del miele

Verfasst von elisa am Juni 27, 2009

9788807017643gdi Salwa al-Neimi (Feltrinelli)

Trovavamo il nostro ritmo, l’equilibrio tra la mia impazienza e il suo gustare lentamente il piacere.

Siamo convinti, noi occidentali, di vivere in una società mentalmente aperta, vantiamo la nostra presunta disinibizione, la nostra sensualità priva di barriere e di limitazioni, la nostra emancipazione sentimentale e fisica. Arriviamo a ritenere il resto del mondo assurdo e ottuso, e vorremmo poter esportare il nostro codice di comportamento, renderlo d’obbligo là dove il nostro sguardo non arriva. Ma non siamo altro che degli illusi.

Salwa al-Neimi nasce a Damasco e si trasferisce a Parigi per motivi di studio, dove inizia a lavorare per una biblioteca. Poetessa, scrittrice, giornalista, ostenta senza esitazioni la propria origine e la fede musulmana che, sommate all’ambiente multietnico francese e ad una sua innata vivacità intellettuale, forgiano in lei una personalità culturale unica e affascinante.

Fin da giovanissima legge, talvolta in segreto, i classici della letteratura erotica araba, rimanendone in parte stupita e in parte attratta dal punto d’unione tra la tradizione e la sessualità, un legame affatto limitativo ma concepito per valorizzare quel piacere fisico a cui tutti, in fondo, vorremmo saper arrivare senza l’ostacolo dei dubbi morali.

Portata per natura ad agire d’istinto, orientata più al desiderio e all’appagamento dei sensi che non alla riflessione, ai sentimentalismi, o alle false remore della borghesia, ella incontra, tra i molti, un uomo particolare al quale darà il nome di Pensatore. La loro relazione, dalle pagine di questo breve e insolito romanzo, si rivela forte, appassionata, intensamente carnale, ma profonda al punto da trasparire nella vita della scrittrice anche successivamente alla sua fine. Enigmatico e quasi filosofico persino nell’esprimersi della propria sessualità, il Pensatore introduce Selma in quel mondo di quei testi poetici e „proibiti“ che ella aveva iniziato a conoscere da ragazzina.

Il libro si addentra molto oltre sia al romanzo puramente erotico, sia a quello che potrebbe apparire come il diario di una Anais Nin mediorientale. L’eros è ovviamente il tema portante, e la scrittrice, nella sua consapevolezza di donna moderna ma comunque legata alle tradizioni, affronta non solo le proprie esperienze, ma le pone a confronto con quella subdola dissimulazione che ha represso il significato erotico nel mondo arabo e ne ha occultato il valore nell’occidente. Seguendola nel suo percorso tra Parigi, Damasco e Tunisi alla ricerca di un’inedita visione dell’amore e del sesso scopriamo, tra citazioni letterarie di mistici e poeti e versetti del Corano, come l’Islam in realtà valorizzi il rapporto erotico in tutte le sue sfaccettature fisiche e intellettuali, arrivando a definire il piacere dell’estasi fisica un anticipo della felicità paradisiaca.

C’è chi porta in sè il ricordo degli animi. Io porto con me il ricordo dei corpi. Per quanto così definisca la propria sensualità, quasi priva di sentimento e legata soprattutto al rapporto fisico e carnale, dalle pagine dedicate al Pensatore traspare un amore caparbio, persistente, che lascia una traccia indelebile nella vita della scrittrice, riemergendo continuamente nelle sue riflessioni e nelle sue esperienze.

Invitata dal direttore della biblioteca a svolgere una ricerca proprio sui classici arabi dell’erotismo in previsione di un convegno che poi non avverrà, Selma rivive la sua storia attraverso di essi, accompagnandoci in un’avventura travolgente, dove, come è stato scritto dal mistico e filosofo Ibn ‘Arabi, la prova della dolcezza del miele è il miele stesso.

Veröffentlicht in Uncategorized | Kommentar schreiben »

After Dark

Verfasst von elisa am Juni 14, 2009

afterdi Haruki Murakami (Eunaudi)

Nato a Kyoto nel 1949, Murakami Haruki, scrittore e saggista, ha tradotto in giapponese l’opera completa di Raymond Carver e i testi di altri grandi autori americani del Novecento, come Fitzgerald, Salinger e Capote. Con il suo primo romanzo, Ascolta la canzone del vento, edito nel 1979, si presenta ai lettori come un importante protagonista della letteratura giapponese il cui stile si discosta dagli schemi tradizionali, rivelando scene e intrecci in cui compaiono spesso elementi della cultura occidentale.

La sua scrittura si sviluppa lungo una dimensione inedita, dove i personaggi sembrano sempre essere in equilibrio sulla linea di confine tra follia, sogno e realtà, le scene si susseguono similmente a sequenze cinematografiche, talvolta osservate dall’alto o a distanza, di luogo in luogo, talvolta descritte nei minimi particolari tanto da rendere inconsistente la presenza umana.

Questo singolare meccanismo narrativo compare particolarmente in After Dark, il nuovo breve romanzo di Murakami dove, un complicato intrigo di storie e situazioni dove i personaggi si incontrano nel corso delle poche ore di una notte segnata capitolo dopo capitolo, dall’incedere di un orologio, e raccontata in tempo reale. La notte di Tokyo risplende svelando un mondo misterioso, drammatico, assurdo e spesso surreale, e i destini si incrociano rivelando aspetti sconosciuti, sospesi tra il giorno e le tenebre, coinvolgendo il lettore stesso.

In questa notte magica, tra le insegne scintillanti di caffè e locali notturni aperti fino all’alba, incontriamo Mari, studentessa di cinese introversa e silenziosa, che vive all’ombra di una bellissima sorella caduta volontariamente in una catalettica morte apparente dalla quale non vuole svegliarsi. A Mari vorrebbe avvicinarsi, senza molto successo, il giovane jazzista Takahashi, ma quando lui la convince a seguirlo nel motel dell’amica Kaoru, chiedendole di fare da interprete ad una prostituta cinese picchiata da un cliente, Mari vince la ritrosia e riesce a comunicare con grande sensibilità ad un mondo per lei nuovo ed estraneo.

A questo punto la trama assume i colori di un giallo, la ragazza cinese umiliata scompare nel nulla, il suo violento cliente non è altro che un onesto padre di famiglia, la notte sfugge allo sguardo con la sua musica assordante e la sua atmosfera multicolor, i gesti sembrano ripresi al rallentatore con frasi brevi e incatenate l’una all’altra, tra Mari e Takahoshi si delinea appena un sentimento lieve, puro e sincero, quasi a riscattare l’equivoca ambiguità della vita notturna. E la stanza di Eri, la bella e dormiente sorella di Mari, compare d’incanto come una visione, un luogo surreale e onirico, in cui la minacciosa presenza di un televisore dentro il quale sta per essere risucchiata la realtà, ci lascia il dubbio dell’ignota linea di confine dell’immaginario.

Veröffentlicht in contemporary | Kommentar schreiben »

Poems from Guantanamo

Verfasst von elisa am Juni 14, 2009

poems_of_guantanamoI detenuti di Guantanamo
(Iowa University Press – Edizione italiana: EGA Editore/Amnesty Italia)

Premetto di non avere alcuna intenzione di addentrarmi in teorie di politica estera, di sicurezza internazionale o di diritti umani. Sapete tutti bene quale genere di luogo sia Guantanamo e cosa accada nel segreto delle sue mura, reti, sbarre, celle, serrature e catene. Di quale crimine siano poi colpevoli coloro che vi sono, o che vi erano, rinchiusi è tanto ignoto quanto irrilevante in quanto, colpevoli o innocenti che siano, non hanno mai goduto del diritto di un regolare processo.

I particolari riguardanti i metodi utilizzati per estorcere ai prigionieri confessioni o informazioni più o meno attendibili, li lascio immaginare a coloro che seguono i fatti di cronaca. E’ sufficientemente noto e palese che il trattamento inflitto agli ospiti di Guantanamo, per quanto possano essere presunti terroristi e criminali, superi ogni limite di crimine e terrore.

Premesse a parte, come è già accaduto in passato, repressione, violenza, detenzione e poesia si incontrano spesso. Privati di ogni diritto, costretti a vivere in condizioni moralmente inaccettabili, isolati dal resto del mondo, anche i prigionieri di Guantanamo hanno trovato nei versi una via d’uscita, e la riconquista di una dignità spezzata.

Quasi totalmente censurati o confiscati, alcuni tra i componimenti dei detenuti sono stati recuperati dall’avvocato americano Mark Falkoff, che è addirittura riuscito ad ottenerne il diritto di diffusione, quindi di traduzione e pubblicazione, poiché ai detenuti non era concesso di scrivere se non per motivi legali, e mai rivolgendosi, come può accadere in una poesia, ad una terza persona. I versi di 17 prigionieri, raccolti nell’antologia Poems from Guantanamo e pubblicati in Italia da EGA/Amnesty International, riescono, almeno in parte, a restituire ai prigionieri un’identità volutamente annullata.

Ovviamente, la traduzione dall’arabo, dall’urdu o dalle altre versioni originali, è stata eseguita rispettando il „livello di sicurezza“, sottoponendo quindi il testo a censura da parte del governo americano, ma possiamo sperare che i revisori non siano stati in grado di cogliere tutte le sfumature di disperazione, desiderio di giustizia, ironia o rabbia espresse nei versi. Gli autori sono in parte poeti improvvisati, in parte professionisti, ma in ogni caso la lettura riesce a portarci molto oltre ad un’esperienza estetica e letteraria, e anche le espressioni più semplici assumono un inquietante valore se si pensa in quale contesto siano nate.

Take my blood, take my death shroud and the remnants of my body scrive Jumah Al Dossari nel suo Death poem. Poco più di 30 anni, padre di una bambina, chiuso per 5 anni nel carcere cubano senza accusa nè processo, sottoposto a sevizie di vario genere e tenuto a lungo in isolamento, ha tentato di suicidarsi per 12 volte. Sami Al Haj era un giornalista di Al Jazeera. Arrestato nel 2001 e privato dei propri documenti, viene torturato sia prima che dopo il trasferimento a Guantanamo, con la presunta colpa di essere un corriere di Al Qaeda. In my despair I have no one but Allah for comfort, scrive nella sua poesia Humiliated in the shackles, arrivando a chiedersi How can I write poetry? Ma ricorda ai suoi carcerieri che They have monuments to liberty [...] but I explained to them that architecture is not justice. Osama Abu Kabir, autotrasportatore, viene arrestato in Afghanistan dalle forze antitalebane, e consegnato ai militari americani. Uno dei motivi di detenzione è stato il suo orologio digitale, un modello che si suppone venga talvolta usato come detonatore dai membri di Al Qaeda. Nella sua poesa Is it true egli si chiede Is it true that the flowers will rise up in the spring? Is it true that the birds will migrate home again? Certo, è vero, e These are all miracles. But is it true that one day we’ll leave Guantanamo Bay?

A questo punto non possiamo fare altro se non sperare che questo giorno sia giunto davvero, e soprattutto che l’inferno di Guantanamo non rinasca, sotto altro nome e in un altro luogo. Leggete le poesie dei prigionieri e diffondete la loro voce, per evitare che tutto si ripeta. Il libro nella versione italiana è acquistabile direttamente da Amnesty Italia.

Veröffentlicht in poetry | Kommentar schreiben »

Canto del popolo yiddish messo a morte

Verfasst von elisa am Juni 13, 2009

yiddi Itzak Katzenelson (Mondadori)
tradotto da Erri De Luca

Ho visto. Ora lasciatemi, non mi chiedete niente.
Cosa? Non mi chiedete quando e dove.
Vi scongiuro: non cercate nient’altro, non ascoltate niente di via Mila.
[...]
C’è stato un popolo, c’è stato, e ora non esiste più.

Nel campo di concentramento francese di Vittel è il 1943 quando Itzak Katzenelson, poeta e drammaturgo nato in Bielorussia e vissuto a Lodz, inizia a scrivere in segreto Dos lid fun oysgehargetn yidish folk, poema epico in 15 canti dalla struttura rigorosa e dalla metrica impeccabile, con la fragile speranza di poter lasciare almeno un segno prima della completa distruzione. E’ consapevole di essere sfuggito alla deportazione, insieme al figlio Zvi, già troppe volte, ha visto Varsavia resistere e bruciare, sa perfettamente dove è diretto il treno in cui sono scomparsi la moglie e i due figli più piccoli.

Aiutato con ogni mezzo a sopravvivere, come accadde ad altri poeti, per raccontare un orrore quasi impossibile da credere vero, Itzak Katzenelson elabora il poema nel pensiero, lo ricostruisce a memoria in pochi mesi, riesce a chiuderlo in tre bottiglie e a seppellirlo poco prima di essere rispedito in Polonia e deportato ad Auschwitz. L’opera che, quasi miracolosamente, egli porta a termine è di una bellezza spaventosa, il terrore della verità appare cristallizzato nella straordinaria forza evocativa dei versi, in 15 canti dove, in un crescendo di angoscia e disperazione, è ritratto in tutte le sue fasi il perverso meccanismo della Shoah, dall’invasione tedesca, al rogo di Varsavia, all’annientamento totale di un popolo la cui splendente vivacità lascia posto solo al vuoto e al silenzio.

Come ogni poema epico, si apre con una voce che chiede al poeta di cantare il canto degli ultimi yidn sul suolo d’Europa, e prosegue, canto dopo canto, trascinando il lettore in un abisso di tragedia e di morte. A differenza di Levi, Celan o altri poeti dello sterminio, la poesia di Katzenelson non è ricordo, non è Memoria, ma è testimonianza diretta, vissuta nel triplice ruolo di poeta, cronista e vittima, la sua voce non è rassegnazione ma dolore rabbioso, radicato ad una tenace ma inutile volontà di sopravvivere.

Mostrati a me, popolo mio, egli invoca, ma ormai questo popolo yiddish è stato privato della possibilità di mostrarsi, non ha più volto, non ha più occhi, non ha più voce, si è trasformato in una muta inconsistenza che risale dalle fosse comuni stracolme, strato su strato, intrise di calce e bruciate, e ancora da Treblinka, da Sovibor, dalle paludi, dal fango e infine, orribilmente, dalla polvere e dai pezzi di sapone.

I vagoni partono e tornano vuoti, incessantemente, ne vogliono ancora, a Varsavia il ghetto in fiamme brucia, e i cieli assistono indifferenti al massacro, il loro azzurro inutile e sfrontato non si è velato neanche di una nuvola.

Voi non avete un Dio grida il poeta a questi cieli vacui e remoti.

Itzak Katzenelsen porta a termine questo canto di morte nel gennaio 1944, per morire egli stesso sotto il cielo primaverile di Auschwitz. Il poema viene ritrovato nel 1945 con l’aiuto di Miriam Novitch, deportata insieme al poeta e sopravvissuta, e pubblicato nello stesso anno in Francia.

L’annientamento dell’ebraismo europeo, come ormai tutti sappiamo, non è una conseguenza di una guerra peraltro assurda, ma è violenza allo stato puro, e la Polonia, ebraica in alta percentuale, viene totalmente sconvolta, frantumata dai ghetti e umiliata dai campi di sterminio. Nonostante tutto, la resistenza si organizza, cerca di strappare ogni attimo di sopravvivenza, e grazie ai suoi protagonisti possiamo leggere anche questi versi. In Italia, il poema di Itzak Katzenelson viene pubblicato la prima volta da La Giuntina con il titolo di Canto del popolo ebraico massacrato. Questa recente edizione di Mondadori è tradotta dallo scrittore e poeta Erri De Luca, che ha scelto di lasciare intatti i termini yid e yiddish, così come li aveva voluti l’autore.

Veröffentlicht in poetry | Kommentar schreiben »

Liberazione

Verfasst von elisa am Juni 7, 2009

libdi Sandor Marai (Adelphi)

Ora le cose cambieranno… Tra poco i russi saranno qui“.

Questo è ciò di cui si illude ancora Erzsebet, 25 anni, mentre, rinchiusa in una cantina insieme ad altre centoquaranta persone, sotto una Budapest assediata dai sovietici, bombardata dagli americani e ancora tormentata dalla violenza di tedeschi e fascisti, attende l’arrivo dell’Armata Rossa, e con essa di quella liberazione in cui qualcuno ancora crede.

Sandor Marai, una delle voci più illustri della letteratura ungherese, ha scritto Liberazione nel 1945, mentre viveva in prima persona l’orrore della guerra in una città dilaniata e colpita da due fuochi. Nella sua visione, la guerra non appare come un semplice evento storico, una lotta dove alla fine vi sono vincitori e vinti, ma assume tutta la sua tragica distruttività, rivela tutto il suo folle potere di stravolgere luoghi, vite e destini, riducendo tutto ad una primordiale lotta per la sopravvivenza.

La resa tedesca è ormai prossima, l’esercito sovietico è alle porte della città quando, la vigilia di Natale, Erzsebet, che da mesi vive sotto falsa identità, trova un nuovo nascondiglio per il padre, un celebre astronomo ricercato dai fascisti per aver rifiutato di aderire alla loro causa. Insieme ad altre cinque persone, l’anziano scienziato, abituato ad osservare le stelle, viene murato in una piccolissima intercapedine, mentre lei scende nello scantinato dove, in una promiscuità disgustosa, tra rabbia, paura, angoscia, spera nell’arrivo di quel misterioso esercito sovietico, ugualmente ambito e temuto, di cui tutti parlano ma che nessuno ha mai visto. All’esterno, per le strade di una città ridotta in frantumi, le ultime bande di fascisti, selvaggi e allucinati, si aggirano alla ricerca delle ultime possibili vittime. 

La guerra non potrà durare in eterno, deve avere una fine, pensa Erzsebet, e con questa fine tutto cambierà, ma i compagni tra cui dorme, un anziano professore invalido e una ragazza scampata alle deportazioni, le insegnano come la sofferenza sia inutile, poiché non rafforza i sentimenti ma, al contrario, li soffoca, e non cambierà nulla perchè la guerra può avere una fine, ma l’odio non finisce mai, e la liberazione, in realtà, rimarrà un’utopia, un miraggio breve e inconsistente.

Quando la liberazione arriva, si presenta ad Erzsebet sulla porta dello scantinato nelle sembianze di un giovane soldato bolscevico che accetta i gesti di amicizia della ragazza ma, quasi fosse un’ovvia conseguenza del suo arrivo, pretende di possederla. Lei non proverà rabbia, ma solo delusione, disgusto, e un vago rimpianto per lui, quando poi lo rivedrà, morto, sulla scena di Budapest liberata, disperato amante di una donna ormai resa poco desiderabile dalla guerra.

A quanto pare sono libera, ripeterà dentro di sè mentre cammina in quello che ormai è solo il fantasma di una città, tra macerie, vetri infranti e cadaveri, contemplando con disincanto il risultato del duplice terrore, nazista e sovietico, rendendosi conto di come la guerra non sia mai finita, ma abbia soltanto mutato forma e aspetto, e di come quest’Armata Rossa liberatrice abbia già imposto il suo prezzo.

La scrittura di Sandor Marai è diretta, coinvolgente, ricca di sensazioni forti, frammenti, scene che scorrono talvolta rapide, talvolta congelate in lunghe descrizioni, in analisi profonde, dettagliate e psicologiche, di ogni sentimento, paura, emozione, desiderio, materializzando la guerra in qualcosa di vivo, non limitato ai campi di battaglia ma esteso in ogni spirito. E, incombente, sullo sfondo compare la visione quasi profetica del destino di Budapest dopo l’arrivo dell’Armata Rossa. 

Sándor Károly Henrik Grosschmid de Mára, poeta, scrittore e drammaturgo noto ai lettori come Sandor Marai, nasce nel 1945 in un’area dell’Impero Astroungarico oggi appartenente alla Slovacchia. Antifascista, ma ugualmente critico verso il regime comunista, fu uno dei primi recensori di Kafka, e ottenne un discreto successo negli anni Trenta. Costretto a fuggire dall’Ungheria nel 1948, visse tra Stati Uniti e Italia. Le sue opere più celebri, Terra, Terra!… e Diario, raccontano la guerra come l’ha vista e vissuta egli stesso. Sandor Marai muore suicida nel 1989, pochi mesi prima della caduta del Muro.

Veröffentlicht in literature - europe | 1 Kommentar »

Nei giardini d’acqua

Verfasst von elisa am Juni 2, 2009

copj14.aspdi Alan Drew (Piemme)

Ogni corpo era disteso su una barella, coperto con un lenzuolo azzurro da cui sporgevano solo i piedi: scarpe nere maschili lucide come specchi, pantofole rosa, dita nude con lo smalto rosso. „Non abbiamo trovato nessuno vivo tutto il giorno“.

E invece, forse per miracolo, forse per destino, o forse grazie all’altruismo di un’altra persona che, al contrario, non ne uscirà viva, il piccolo Ismail, 9 anni, dopo tre giorni verrà tratto in salvo illeso dalle macerie di un’Instanbul distrutta, nello spirito e nelle mura, dal terremoto. 

Nei giardini d’acqua, primo romanzo di Alan Drewpresentato al Salone di Torino, ha qualcosa di autobiografico nel riprendere i ricordi dello scrittore, nato in California e vissuto tra Europa, Asia e Medio Oriente, quando, trasferitosi ad Instanbul dove insegnerà letteratura inglese per 3 anni, vi giunge insieme alla moglie proprio quattro giorni prima del devastante terremoto avvenuto nel 1999.

Nonostante l’intreccio drammatico e romantico al contempo e gli elementi tipici della fiction, ancora una volta Instanbul appare nella sua ricchezza profonda e contrastata, la Turchia si delinea nelle sue infinite contraddizioni di un paese ugualmente attratto e ostile verso il mondo e le abitudini occidentali, e i personaggi, psicologicamente complicati, frammentati da sentimenti conflittuali, ne sono il più realistico dei ritratti. Nel romanzo di Alan Drew, il terremoto acquista un valore elevato e simbolico, non solo distrugge palazzi e monumenti, ma mette alla prova e stravolge certezze e convinzioni, costringe i sopravvissuti all’enorme difficoltà del cambiamento, genera o forse rivela sentimenti, paure e tensioni. 

Il protagonista più significativo è Sinan, il padre di Ismail, ferreo nelle tradizioni, nella fede e nell’osservanza religiosa, orgoglioso della sua origine curda sebbene questa lo renda vittima di un’ingiusta discriminazione, irriducibile nostalgico verso un paese e un’identità in parte andati persi, che all’improvviso viene messo alla prova da un inconsueto succedersi di eventi, costretto a misurarsi tra l’odio e la riconoscenza verso quello che considera il peggior nemico, l’Occidente, rappresentato da Marcus, americano, e dalla sua famiglia, i nuovi vicini di casa che sconvolgeranno doppiamente la sua vita.

Dapprima, è Irem, la figlia adolescente di Sinan, a sconvolgerlo con il suo amore, forte e corrisposto, per il coetaneo Dylan, figlio di Marcus, dimostrando la passione di due innamorati diversi ma simili nei simboli delle loro opposte culture, poi, violento e imprevedibile, sarà il terremoto a rendere giustizia a queste disumane differenze, poiché Ismail, sepolto vivo per tre giorni, sopravviverà anche grazie all’aiuto della moglie di Marcus, in una sorta di sacrificio in cui lei riesce ad aiutare il bambino a resistere, ma non ce la farà a sua volta. 

Un intrecciarsi di destini singolare, ma non impossibile, per dimostrare come sia inutile fare distinzioni, classificare gli esseri umani per origine o appartenenza, perché se Irem, divisa tra l’amore di donna e di figlia, si renderà conto che non solo Dylan ma anche la gente di Instanbul è differente da lei, così Sinan, infine, dovrà ammettere che esistono americani come Marcus e sua moglie, diversi da quelli che armarono i turchi per uccidere la sua gente, diversi da quelli che insieme alla solidarietà portano ai terremotati un’inutile propaganda religiosa.
Un romanzo ricco di colpi di scena, ma di grande attualità.

Veröffentlicht in contemporary | Kommentar schreiben »